Ora Parlo Io

Ovvero, come tornare a parlare da autori e non da pecore...


La sostanziale differenza tra il Web originario e quello attuale si riassume in una dicotomia semplice. Un tempo il generico utente parlava di sé, e condivideva le realtà oggettive tratte dal suo mondo. Oggi invece tutti sembrano impegnati ad agganciare i propri contenuti su notizie altrui, ovvero su tendenze la cui forza è impressa da poteri esterni, lontani da ogni oggettività e concretezza. In sostanza, è l'opposizione tra un Web "in prima persona" e una banale ripetizione di schemi imposti dall'alto, ovvero dal sottofondo informe e barbaro che ci circonda, ma nella maggior parte dei casi o non ci riguarda, o restituisce della realtà una versione opinabile e tendenziosa.

Lo avete notato? I video stupidi ripetuti a pappagallo per accedere a chissà quale esplosione virale, i meme, le colonne laterali che nei microblog (ahimè sì, anche BlueSky) avvertono puntualmente sui temi caldi, aggiornati minuto per minuto, i bot più o meno umanizzati alla ricerca di clickbait... Insomma, tutto un mondo che detta la legge non scritta del seguire a testa bassa il gregge per aspirare a chissà quale fantomatico riconoscimento in tema di popolarità.

Ma mi chiedo: il Web nasce come mezzo per rendere popolare Tizio al cospetto dell'intera umanità, o per connettere Caio con Sempronio? Business a parte, direi che per quanto mi riguarda la seconda risposta, che è la prima versione della grande rete, resta la più meritevole. Non fosse altro che per un dettaglio: Caio si connette a Sempronio per ragioni reali e concrete, mentre Tizio può connettersi a un numero imprecisato di sconosciuti e anonimi utenti solo per effetto di idiozie irreali e inutili.

Un sito che mi è capitato spesso di consultare e amare è Textfiles, sorta di grande novero che raccoglie un numero incalcolabile di file TXT (testo semplice) che giravano nelle BBS, ossia quelle bacheche elettroniche connesse "a doppino telefonico" dove la gente si scambiava i messaggi prima dell'avvento di Internet. Gira nel Web anche un significativo e appassionato documentario in materia, che qui potete visionare nelle sue abbondanti quattro ore.

Ebbene, ciò che mi affascina di questo vecchio mondo è la natura personale e curiosa che lo ha animato, in un'epoca in cui la frontiera infotelematica faceva rima con le teorie di Hakim Bey (quello delle Zone Temporaneamente Autonome) e, aggiungo io da esperto in materia, anche quelle dei cari vecchi aderenti alla comunità cypherpunk. Oppure, per restare nel campo del blogging, con gli esperimenti di messa a nudo di sé che hanno caratterizzato pionieri come Justin Hall (che ancora oggi, sia pure sporadicamente, aggiorna il suo storico Links, praticamente il primo blog o proto-blog della storia).

Ora, come credo abbiate capito, io sono per un ritorno a quel Web fatto di voci concrete. Intendiamoci: non necessariamente fatte di nomi e cognomi. Circa dal 1997 al 2001 il misterioso blogger (o la misteriosa blogger) dietro il truce titolo The Misanthropic Bitch ha infestato la rete con articoli crudi, divisivi, aspri e volutamente provocatori, che facevano riferimento alle esperienze di un (o una) adolescente aspirante giornalista. Ovviamente non sappiamo, e non sapremo mai, chi si celava dietro lo pseudonimo che dava il titolo al blog. Ma quei prodotti in forma di ipertesto, ricordiamolo, assolutamente gratuiti e senza alcuna velleità commerciale, erano frammenti esistenziali concreti, e facevano leva su opinioni snocciolate da un essere umano mosso solo dalla sua urgenza espressiva. Non inseguivano mode o tendenze. Banalmente, le imponevano entro la stretta cerchia di chi leggeva, affinché ciascuno ne traesse le sue personali conclusioni.

Il mio auspicio, forse nostalgico nella forma, ma assolutamente operativo nella sostanza, non è e non vuole essere un appello verso gli altri, ma un manifesto proposto quotidianamente a me stesso. I teatrini di politici e giornalisti non mi interessano. La cronaca nazionale non mi interessa. L'idea di immaginarmi potente per il solo fatto di parlarne in una pubblica piazza, assieme ad analfabeti funzionali che si improvvisano esperti di geopolitica, virologia, meteorologia e storia universale, mi spiace, ma proprio non mi aggrada. Pertanto, parlo di me. Sembra la cosa più naturale che ci sia, e in effetti lo è. Ma probabilmente le cose naturali e ovvie sono passate di moda, quindi bisogna ribadirle, almeno per quel che mi riguarda, ribaltando l'asse e restituendo la parola al singolo.

Federico Fellini disse una cosa molto giusta e arguta, che ho peraltro avuto modo di confermare in seguito a mie corpose esperienze in ambito teatrale (come musicista ho seguito vari progetti nelle arti performative). Quando un regista si trova a lavorare in un set, ovviamente ha a che fare con decine e decine di professionisti: scenografi, macchinisti, aiutanti, operatori della fotografia, truccatori, illuminotecnici, fonici, per non parlare degli attori e delle comparse. Tutti questi danno consigli al regista su come fare questo e quello, ma alla fine il film deve essere licenziato non già da un collettivo di individui con idee tutte diverse e contrastanti, ma da un unico soggetti che appunto fa la regia, ed è responsabile dal primo all'ultimo secondo della proiezione al cospetto del vasto pubblico. Ecco dunque che subentra la qualità primaria del regista: la resistenza. Il bravo regista è proprio quello che resiste alle tante idee buone che gli vengono snocciolate attorno, per convergere a una sola idea che non è necessariamente la migliore, ma è l'idea che fa suo il film.


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